Accordi Rivelati – 3 novembre 2019 Schubert-Henze


Programma di sala a cura di LeMus nell’ambito della Stagione concertistica “Gli Accordi Rivelati” (2019-2020) organizzata dall’associazione il Timbro al Teatro Giacosa di Ivrea.

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Le ombre della notte nella musica di Schubert

di Alice Fumero

Schubert era in un certo senso una doppia natura, l’allegria viennese congiunta e nobilitata da un tratto di profonda malinconia. (Eduard von Bauernfeld)

Fra tutti i musicisti che trasformarono Vienna nel cuore europeo della musica classica fra Settecento e Ottocento, Franz Schubert (1797-1828) è, per nascita, l’unico compositore autenticamente “viennese” (non lo erano Mozart, Haydn o Beethoven). Tuttavia, l’indaffarata città austriaca, cosmopolita e commerciale, non rispecchiava affatto l’anima del giovane e riservato Schubert che non riuscì mai a integrarsi pienamente negli ambienti mondani e luccicanti della grande capitale europea.

Schubert preferì sempre l’anonimato dei sobborghi ai grandi teatri, e si trovò più a suo agio circondato da una cerchia di amici (ex compagni di studi, giovani intellettuali anticonformisti e antiborghesi) grazie al cui appoggio e protezione Schubert poté perseguire quel suo nobile e generoso ideale artistico di rispondere solo al bisogno di essere artista che compone per i suoi simili, svincolato da corporazioni o obblighi sociali.

Mentre nei salotti aristocratici e nei teatri risuonavano le arie d’opera e il virtuosismo Biedermeier, a casa del funzionario statale Joseph von Spaun (suo amico d’infanzia), questa ristretta cerchia di amici si incontrava in serate esclusive, che presero il nome di “Schubertiadi”, durante le quali si poteva ascoltare la sua musica ancora sconosciuta.

Per questo motivo Schubert, durante la sua breve vita, vide pubblicata solo una minima parte delle sue composizioni e poté assistere a un solo concerto interamente dedicato alla sua musica. Alle sette di sera del 26 marzo 1828, al Musikverein (dove ogni anno viene eseguito il Concerto di Capodanno), venne eseguito proprio il Trio per pianoforte, violino e violoncello in Mi bemolle op. 100 del 1827 (il secondo per numerazione, ma composto l’anno precedente a quello conosciuto come n. 1 op. 99). Scritto in un momento di «vera passione da parte di Schubert per il genere cameristico più nobile» (Sablich), il Trio è un’ampia e complessa composizione in quattro movimenti di stampo beethoveniano. Robert Schumann se ne innamorò subito e, mettendone in risalto l’energia e la drammaticità, scrisse: «Il primo movimento [Allegro] vibra di un furore represso e di un’appassionata nostalgia», mentre «l’Adagio è percorso da un sospiro che tradisce un’angoscia profonda». È proprio questa angoscia che plasma il secondo movimento: la tonalità di Do minore sembra perfetta nel dipingere il ripiegarsi della malinconia.

Una malinconia che potremmo definire “nordica”. Infatti, pare che Schubert, ascoltando il cantante Isak Berg intonare alcune melodie popolari svedesi, decise di utilizzarne una per il suo Trio. La melodia svedese Vedi, il sole declina è una canzone di grande tristezza, un addio alla luce che, al Nord, si trasforma presto in materia rara e preziosa. Forse in virtù dell’instabilità della sua musica, apparentemente semplice ma intimamente complessa, fra corteggiamento elegante e ballo sensuale, l’Andante fu utilizzato nella scena notturna del film “in costume” Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

Poche ombre avvolgono il terzo movimento, Scherzo, nel quale i tre strumenti sembrano ritrovarsi e giocare fra loro. Ma è la calma prima di un altro viaggio verso l’oscurità che attende l’ascoltatore nell’Allegro moderato. La musica di Schubert sembra quindi ossessivamente attraversata dalle ombre della notte, che è romanticamente sia sogno sia incubo; sia visioni spettrali sia fantasia infantile.

Alla luce di queste riflessioni non sembra pertanto fuori luogo il fatto che il movimento per pianoforte, violino e violoncello in Mi bemolle maggiore op. postuma 148 (D897) sia stato ribattezzato Notturno (il titolo non si trova nell’autografo e non è mai stato utilizzato da Schubert). Composto alla fine del 1827, questo Adagio (pensato probabilmente per essere il secondo movimento del Trio n. 1 op. 99, poi sostituito con un Andante poco mosso) somiglia a una Fantasia, libera come le associazioni oniriche e le visioni notturne che si susseguono fra immaginazione e memoria, meraviglia e mistero.

In fondo, la notte per Schubert sembra rappresentare «la condizione rivelatrice della conoscenza» (Sablich), fonte ispiratrice più autentica per la sua musica spesso indefinita, ma al tempo stesso profondamente intima.

Posseduto dalla musica

di Giovanni Caprioli

Hans Werner Henze (1926-2012) è stato definito come “posseduto dalla musica”, in quanto, oltre a essere stato uno dei compositori più prolifici del Novecento, era anche fermamente convinto che la musica e la cultura fossero l’elemento fondamentale per migliorare la società. Per questo motivo accanto all’attività compositiva Henze è ricordato come un importante promotore musicale. In Italia, dove si trasferì nel 1953 per sfuggire alle pressioni omofobe della Germania postbellica, fondò nel 1976 il “Cantiere Internazionale d’Arte” a Montepulciano; nel 1981, in Germania, fu la volta del “Mürztal Workshops”, e nel 1988 della “Biennale di Monaco”, un festival internazionale dedicato al nuovo teatro musicale.

La sua musica, che spazia dall’opera al balletto, dalla radio al cinema, dalla sinfonia alla musica da camera ha sempre manifestato un impegno civile e politico (fu un convinto marxista) che lo ha portato a sfidare le convenzioni del suo tempo. Alla varietà di forme corrisponde anche una varietà di stili: dal neoclassicismo al rock, dalla dodecafonia alla canzone francese, fino alla world music. Ed è proprio questa sua ricerca artistica verso la contaminazione che lo portò alla rottura con l’avanguardia più integralista della scuola di Darmstadt che lo accusò di eclettismo e tendenza al compromesso.

La sua scelta di utilizzare forme tradizionali sette-ottocentesche – ridando nuova vita al teatro musicale in pieno Novecento – lo portò a essere considerato “inaccettabile” dai postweberniani che aborrivano le convenzioni della tonalità e consideravano il serialismo l’unico linguaggio della nuova musica.

La Kammersonate (composta nel 1948 e revisionata nel 1963) è l’unica composizione da camera scritta nell’anno in cui videro la luce alcune delle sue opere più acclamate e, sebbene composta in giovane età, fornisce chiara prova dell’abilità strumentale di Henze già riconosciuta nella Prima Sinfonia (1947). La Kammersonate è costituita da due movimenti lenti (Dolce, con tenerezza e Lento) riccamente polifonici preceduti da un’incisiva introduzione (Allegro assai) e seguiti da un Allegretto dal sapore dodecafonico e un brevissimo Epilogo bipartito che sfuma nel silenzio.

Suggerimenti di lettura

• S. Sablich, L’altro Schubert, EDT 2002.
• O.E. Deutsch (a cura), Schubert. L’amico e il poeta nelle testimonianze dei suoi contemporanei, EDT 2018.
• H.W. Henze, Canti di viaggio. Una vita, il Saggiatore 2016.
• E. Restagno (a cura), Henze, EDT 1986.

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